Get Adobe Flash player
Seguici
Top Rated

Note di regia

Punti di vista, naturalmente.

Sguardi obliqui.

Znorko e Larsen, nel  testo di Schmitt, sono in realtà l’obliquo. E come ogni regia, lo studio estetico, testuale, scenico e interpretativo, verte sull’approfondimento critico di un possibile punto di vista. Uno sguardo obliquo e parziale, nell’obliquità di una storia ad incastro, un meccanismo oliato che distilla colpi di scena ed emozioni.

Ciascuno dei due protagonisti si specchia in se stesso e diventa scudo per l’altro. Scudo per difendersi, piuttosto che macchina d’assalto.

Scudo, semplicemente.

Dalla solitudine all’assenza dell’amore.  Un campanello-stratagemma per comunicare la propria inadeguatezza. Da usare al bisogno. Solo in caso di pericolo.

Da lì, la storia si ribalta più volte. E sempre, ciascuno dei due protagonisti smette di specchiarsi nel proprio vissuto e perde lo scudo. Costretto a rompere il vetro, si ritrova risucchiato in un vortice che aveva sempre cercato di evitare nell’immobilità della solitudine autoimposta (Znorko) o si vede costretto a svelare il velo che  aveva dolcemente intessuto in anni di oblio e di annullamento in un’alterità lontana (Larsen).
Questa è la scena. Blocchi di marmo per sedersi, verande di leggero e aereo film plastico per nascondersi, blocchi di pietra da idolatrare. Righe, squadre e compassi con cui relazionarsi.

Una scena terrea. Non è una cortina fumogena creata per celarsi. E’ una condizione esterna che si autoimpone e nella quale si attacca.

Il nemico.

Si attacca.

Il fratello.

Si attacca.

L’amante.

Si attacca.

Un’esistenza.

Fabio Doriali