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Note di regia

Note di regia

 

Tre pupazzi su una scena spoglia dove vivono i ricordi e sopravvivono i sensi di colpa all’interno di una trama e di un meccanismo teatrale ricco di colpi di scena.

Luci e musica come parte integrante, al solito, del racconto del protagonista. Improvvisi squarci nell’animo filtrati da boati e lame di luce, che sono gli improvvisi ribaltamenti e i tagli obliqui dell’ira, del dubbio, dell’ossessione. Proiettori invadenti e invasivi che arrivano da sotto il palco, concentrici o frontali sui pupazzi inanimati, adagiati a proscenio a delimitare il ring del combattimento, la scena (e la scenografia) studiate da Peter Stone per lo scherzo allo zio oppure scolpite nella sua memoria. Una sedia-trono per lo zio Arturo, un radio registratore da cui diffondere battiti proto-elettronici (la scena e lo spettacolo sono ambientati nei primi anni ’80).

La danza paranoica dei pupazzi in scena, fino all’abisso dell’anima di una fine “forte” che lascia aperti i dubbi proprio quando il pubblico pensa di aver capito.

C’è stato davvero questo scherzo? E se sì, quando? C’erano altre persone nella stanza di quell’albergo ad Amsterdam? Oppure “gli altri” erano interpretati dai pupazzi  costruiti da Peter? E il vecchio Arturo chi era? Giacciono in lui segreti appartenenti all’abisso dell’uomo? Oppure è solo stato un codardo, uno che come tanti ha provato a salvare la pelle?

Ecco, uno spettacolo-monologo giocato sull’ossessione di chi non può non ricordare, di chi non ce la fa. Ed è consunto da decenni da un tarlo atroce.

Il tema trattato nel monologo è infatti la Shoah e l’Olocausto dal punto di vista interno degli ebrei sopravvissuti agli orrori più grandi che la storia ha conosciuto.

Uno spettacolo quindi di profonda attualità, lontanissimo dalle “solite” rievocazioni e vicino invece alla presa di coscienza da parte del pubblico della reale portata della devastazione morale che anche i sopravvissuti hanno avuto in pesante e indimenticabile eredità.

Un contesto interno al popolo ebraico, eppure così radicato in ciascuno di noi, uomini e donne dell’Occidente.

E il tutto attraverso un linguaggio “forte”, evocativo, profondamente emozionante.

L’Olocausto attraverso un thriller, dal genio e dalla profonda umanità del drammaturgo D.Horowitz.

Per il segno teatrale “forte” si consiglia la visione a partire dai 16 anni.

Fabio Doriali